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Change, un seminario sul cambiamento

martedì, 13 marzo 2018 | Articolo di Redazione a cura di Elisa Chiodarelli | 0 commenti

Il seminario di gennaio 2018 con Elana Rosenbaum e Franco Cucchio per guardare al cambiamento.

“Quello che il bruco chiama la fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla” - è uno dei diversi aforismi (questo è di Lao Tzu) che ci fanno riflettere sul nostro approccio al cambiamento, alle cose che scorrono e non rimangono mai uguali a se stesse. E che per questo ci sembrano a volte inaccettabili, a volte impossibili da affrontare o da sopportare.

Desideriamo che le cose cambino, che qualcosa si sblocchi, oppure desideriamo che rimangano sempre così, così come sono e come ci piace che siano. Divisi tra il desiderio di evitare ciò che ci fa soffrire e il desiderio di trattenere ciò che crediamo indispensabile alla nostra felicità.
Elana Rosenbaum e Franco Cucchio ne hanno parlato ampiamente durante il seminario “Change” che si è tenuto presso la sede di Motus Mundi Centro per la mindfulness, sabato 13 gennaio 2018.
Una vera e propria officina artigianale in cui tutti i partecipanti hanno potuto fare esperimenti sul significato profondo del cambiamento e sulle risorse che ognuno di noi mette in campo quando si tratta di incontrarlo. Assieme agli strumenti per comprenderlo con attenzione e gentilezza. Il tema infatti è “che cosa favorisce e cosa ostacola in noi il cambiamento?” e “che cosa fa la mindfulness per aiutarci?”.

Permetterci di non sapere è il cuore dell’accettazione
Permetterci di non sapere ciò che stiamo diventando, respiro dopo respiro, è il cuore dell’accettazione: perché molto spesso non accettiamo il non controllato; mentre la mindfulness ci aiuta a ritornare al momento presente, l’unico veramente vivo e reale. E se le lasciamo spazio, ci conduce nel territorio del non conosciuto, per incontrarlo, qualunque esso sia.
“Non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare” (W.Churchill) - evidentemente, ricordano Franco ed Elana - mentre resistiamo al cambiamento, questa è l’unica strada attraverso cui poter comprendere meglio noi stessi, maturare, crescere. E per crescere è necessario fare spazio anche a ciò che non ci piace, per il semplice motivo che sta accadendo.

In un giorno il nostro cuore batte circa 100 mila volte, respiriamo 23 mila volte e pare che abbiamo circa 60 mila pensieri che ci girano per la mente. Un gran traffico!
Questi pensieri però sono come dei “fermo immagine”, mentre la nostra esperienza è un fluire in continuo cambiamento. E anche la nostra idea di noi stessi è spesso fissa, in una sorta di distorsione cognitiva che ci impedisce di vedere quanto siamo mutevoli e interdipendenti.
Inoltre, dice Franco, abbiamo parecchie aspettative rispetto a ciò che ci circonda: ci aspettiamo che le condizioni ci siano favorevoli e che gli altri si conformino a ciò che crediamo giusto. Come dice Epitteto, “La gente non è disturbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha su di esse”. Perciò viviamo come un’ingiustizia o come una “sfortuna” tutto ciò che non si conforma alla nostra versione della realtà.

Esporre le ferite, le guarisce
Elana ha poi parlato dell’importanza di affrontare ciò che ci fa male: esporre le nostre ferite all’aria - dice - le guarisce. Anche se ci spaventa, anche se ci sembra che il farlo aumenti la sofferenza, possiamo sempre ricordarci che le cose cambiano, che non siamo soli ad affrontare ciò che accade, e che possiamo permetterci di ricevere sostegno dagli altri.
Resistendo, opponendosi, la mente crede di proteggerci dal pericolo - spiega - ma così facendo non facciamo altro che separarci da noi stessi e dalla vita.
C’è molto da imparare da ciò cui resistiamo, ed è solo accettando, che qualcosa si rilassa dentro di noi e la fatica viene alleviata.

Franco Cucchio infine ha proposto di esplorare quanto emerso da uno studio di Susan Kobasa relativo alla capacità di resilienza/robustezza (hardiness) di fronte allo stress lavorativo di un gruppo di impiegati americani dipendenti di una ditta di telecomunicazioni.
Lo studio* del ‘79 dimostra come il 54% degli impiegati avessero sviluppato questa qualità di robustezza psicologica alle difficoltà e agli stress che consiste nella capacità di mettere in campo una energia positiva che consente di affrontare il cambiamento in modo proattivo.
Questa capacità è costituita da tre fondamentali risorse: la fiducia che i propri obiettivi si realizzino; il sentirsi attivamente impegnati nel perseguire i propri scopi e la capacità di cogliere le opportunità e di far fronte alle sfide insite nel cambiamento.
Riuscire a rimanere radicati e saldi in mezzo alle burrasche della vita e al contempo riuscire a coltivare la flessibilità che ci permette di accoglierla con tutti i suoi alti e bassi.

Una pratica di vita
Fare allenamento con il cambiamento non si limita però alla comprensione intellettuale del suo significato. La giornata di seminario si è arricchita di una serie di pratiche di consapevolezza che ruotano proprio sul significato che ciascuno dei partecipanti riconosce alla parola “cambiamento”; come lo affronta, con quali risorse e con quali prospettive.
I partecipanti hanno dunque potuto sperimentare, prima in una pratica individuale, poi in un dialogo a coppie, lo stare con le cose che cambiano in un flusso di pensieri, sensazioni e parole condivise infine nel gruppo allargato.
Un modo estremamente arricchente di accogliere le esperienze che si manifestano e le risposte che stimolano.  


*Kobasa, S. C. (1979). "Stressful life events, personality, and health – Inquiry into hardiness". Journal of Personality and Social Psychology. E anche: Kobasa, S. C., Maddi, S. R., & Kahn, S. (1982). "Hardiness and health: A prospective study". Journal of Personality and Social Psychology

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