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venerdì, 04 maggio 2018 | Articolo di Elisa Chiodarelli | 0 commenti

Cinque giorni di ritiro Al cuore della mindfulness con Franco Cucchio a Monteortone

Se ripenso a questi cinque giorni di ritiro silenzioso a Monteortone, mi vengono in mente i cieli tersi del mattino e la dolcezza dei tramonti, l’aria tiepida, i piedi scalzi, i passi lenti nel chiostro, il nostro ruotare incessante attorno al suo perimetro, come in un abbraccio sicuro. Mi vengono in mente anche alcune parole, che hanno lasciato la traccia nella memoria e che anche adesso, ogni tanto, tornano a galla.

Semplificare
Una di queste parole è “semplicità”, che Franco ci ha proposto subito, al primo giorno, come la chiave necessaria per entrare nello spazio di un vivere più autentico, in contatto con l’esperienza diretta del nostro vivere momento per momento.
Smettere di aggiungere e di fare, smettere di correre dietro ad una agenda fatta di compiti da portare a termine, e fermarsi.
Semplificare è anche - paradossalmente - smettere di scegliere. “Renderci conto di quante volte la nostra mente seleziona e cataloga, come giusto o sbagliato, good or bad, mi piace oppure no - ci ricorda Franco - e accogliere il momento nella sua integrità, senza preferenze”.
Anche solo il sentire, vedere questo incessante lavoro del pensiero, che rimugina e ricama, compone e racconta la realtà, reinterpretando e analizzando, è già qualcosa di miracoloso. Semplificare e alleggerire sono rimasti per tutti i giorni del ritiro, un territorio di esplorazione e di scoperta.

Sentire con tutti i sensi
“Ma è quando finalmente ci togliamo le scarpe e le calze, e ci diamo la possibilità di mettere direttamente i piedi nell’acqua, racconta Franco, a contatto con le sensazione che suscita sulla pelle, nelle ossa, in tutto il corpo, che assaporiamo con tutto ciò che siamo l’esperienza diretta, non mediata dal pensiero, di che cosa è essere vivi, in questo momento”.
La mindfulness mi invita perciò a sentire e ad assaporare; a toccare e a gustare quello che sta accadendo, al di là dei giudizi e dei pensieri, rimanendo con le sensazioni del corpo nelle sensazioni del corpo, e con le sensazioni del respiro nel respiro.
Un allenamento al sentire, al di là del sapere - che pure è importante - ma che spesso si rivela essere limitato ed erroneo.
Perciò ho provato a sentire: l’erba sotto alle piante dei piedi, il freddo del pavimento nei corridoi ombrosi e il calore del marmo delle colonne del chiostro. I suoni che mi attraversavano (comprese le mie idee sui suoni che mi attraversavano), i sapori e le consistenze, il morbido di un cuscino, il profumo del caffè alla mattina, la fatica del mio corpo quando rallenta, il sollievo del mio corpo quando rallenta, i passi dei miei compagni attorno a me, i raggi caldi del sole sul viso, lo spazio attorno, l’aria trasparente, le campane.

E poi, cos’altro?
Una volta un giornalista intervista Madre Teresa, racconta Franco.
“Madre, quando prega, cosa chiede a Dio?” – “Quando prego, non chiedo niente, risponde Madre Teresa, quando prego io ascolto”. “E allora, chiede il giornalista, cosa le dice Dio?”
“Dio? Non dice nulla, ascolta anche lui. E se lei non lo capisce, allora non so proprio come spiegarglielo, conclude Madre Teresa”.
Quando facciamo pratica non diciamo niente, o proviamo a non dire niente; quando facciamo pratica, ascoltiamo. Un ascolto che ci mette in relazione con l’esperienza diretta.
È un modo molto potente di connetterci con noi stessi, con ciò che c’è. Proviamo cioè a superare la tentazione di rispondere ai nostri perché, tutte le spiegazioni di cui siamo tanto golosi, una specie di fame inesauribile di sapere il perché.
Trovo che questa nostra dipendenza dal saper spiegare, sia stata estremamente utile da un certo punto di vista, perché permette di interpretare e di immaginare soluzioni. La scienza, la tecnica, la matematica, la storia, e forse ogni altra disciplina che si può imparare a scuola ci aiuta a leggere la realtà.
Ma forse possiamo fare un passo oltre e provare ad ascoltare e basta, senza interpretare, in modo da vivere e basta, senza condizioni e senza giustificazioni...

Riposo e risveglio
Ed infine, un’altra parola - anzi due - che ho potuto vivere in questo ritiro di primavera, è “riposo”. La prima parola che mi è venuta in mente, e che ho condiviso con gli altri partecipanti. Bisogno di riposo, un riposo profondo, quello che spesso non mi permetto, tanto è diventato normale combattere e correre, come se avessi sulle spalle l’eredità di generazioni e generazioni di persone che devono combattere e devono correre per sopravvivere e sentirsi vive.
Come un animale ferito, che si concede di accucciarsi e riposarsi, provo anche io a fermarmi, a semplificare e ad ascoltarmi.
Questo mi dà la possibilità (un po’ misteriosa) di sperimentare tanti piccoli risvegli inaspettati. E infatti è “Risveglio” è l’altra parola importante: e mi viene in mente che quando andiamo a letto, la sera, è normale per noi pensare che se dormiamo, poi possiamo svegliarci il mattino dopo. Riposare e svegliarsi sono due facce della stessa medaglia, non c’è l’uno senza l’altro.
Ma non è così intuitivo pensare che quando smettiamo di correre, combattere e cercare soluzioni e ci riposiamo, poi accade che qualcosa dentro di noi si risveglia…

Il ritiro Al cuore della Mindfulness, condotto da Franco Cucchio, si è svolto a Monteortone (PD) dal 18 al 24 aprile 2018. Le foto che vedete sono state scattate l’ultimo giorno con tutto il gruppo, di cui facevano parte anche persone provenienti da Stati Uniti, Norvegia, Equador, Francia.

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